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Ogni anno, il primo giovedì di maggio, si svolge a Cocullo, un comune di 285 abitanti in provincia dell’Aquila in Abruzzo che fa parte della Comunità montana Peligna, a 897m sul livello del mare, confinante con Anversa degli Abruzzi, Bugnara, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, Goriano Sicoli, Ortona dei Marsi e Prezza; una particolarissima festa in onore del Patrono, San Domenico di Sora: “La Festa dei Serpari”, una celebrazione che raccoglie ogni anno una folla di fedeli e curiosi provenienti da tutta Italia.

La Festa dei Serpari di Cocullo in onore di San Domenico di Sora

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Il giorno prima della festa, sono tanti gli abitanti che si recano sulle montagne alla ricerca dei serpenti con i quali verrà avvolta la statua del santo: per lo più specie innocue, i cui morsi non provocano conseguenze che vanno al di là di una lieve irritazione.San-Domenico-di-Sora
In particolare, le specie che si trovano nei dintorni di Cucullo sono: il cervone (è la serpe più grande, che può superare i 2 mt), il saettone, la biscia dal collare, e il biacco detta anche serpe nera.
Il rito inizia con la folla che suona la campanella della cappella di San Domenico tirandola con la forza dei denti (un fatto simbolico che mira a proteggere i denti dalle malattie che li potrebbero colpire). San Domenico esce alle 12 del mattino dal Santuario a lui dedicato, seguito dalla banda del paese e dalle ragazze vestite in costume tradizionale.
Col capo e le spalle avvolti dalle serpi, la statua è portata in processione, accompagnata da un corteo celebrante.
Intanto, sulla parte alta del paese i fuochi d’artificio ricordano il giorno di festa. Al ritorno in chiesa, la parte più emozionante della cerimonia, con i fedeli che fanno la fila all’altare per prendere il pietrisco da spargere intorno alle case a protezione dai serpenti, mentre i pellegrini intonano una particolare litania.
Terminata la festa, le serpi vengono liberate e restituite al loro ambiente. E’ indubbia l’origine precristiana della festa, legata ad antichissime tradizioni dei popoli del lago Fucino, Marsi, Peligni, nelle cui vicinanze si sono trovate statuette della dea Angizia raffigurata come “signora dei serpenti”, capace di dominarli e guarirne il morso velenoso. Spiegare il passaggio dalla figura della dea a quella di San Domenico non è facile.

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Le uniche fonti storicamente attendibili, le due “Vitae” di Alberico di Montecassino e quella di Giovanni, diretto discepolo del Santo, forniscono solo dati aneddotici.

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Secondo una tradizione locale, il santo cavandosi il dente e donandolo alla popolazione di Cocullo fece scaturire nella popolazione di Cocullo una fede che andò a soppiantare il culto pagano della dea Angizia, protettrice dai veleni, tra cui quello dei serpenti.

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Ma accade spesso che culti pagani passino con piccole modifiche nelle pratiche devozionali del cristianesimo, come accaduto proprio in questo caso, per l’abate Domenico, nato a Foligno, in Umbria, alla metà del X secolo e deciso fin da piccolo a seguire la vita religiosa.

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Lasciata la casa natale, si fece monaco e poi sacerdote, quindi intraprese la strada dell’eremitaggio. A lungo peregrinò in Ciociaria, per giungere poi in Abruzzo, dove fondò il monastero di San Pietro in Lago rimanendovi sei anni ed avendo le prime visioni, preludio dei successivi miracoli.
In seguito, sempre spinto dalla vita eremitica, visse per tre anni in una grotta in Ciociaria vicino Trisulti finchè fu riconosciuto e cominciò ad essere oggetto di venerazione come santo taumaturgo.

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Con una donazione del Signore di Sora costruì un nuovo monastero che porta ancora oggi il suo nome, e lì visse fino alla morte, avvenuta nel 1031.

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Il suo culto si fortificò specie nelle zone da lui visitate e il santo rimase per sempre legato alla sua capacità, che dicevano miracolosa, di proteggere dai morsi dei serpenti e di guarire chi ne fosse stato colpito.

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San Domenico è anche il patrono di Villalago (AQ), situato nella Comunità montana Peligna, e facente parte dei Borghi più belli d’Italia.

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